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La malinconia delle ninfe

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A Firenze in questi giorni fa freddo. E' successa una cosa straordinaria: dopo 15 anni di clima tropicale, è ritornata la primavera: la Primavera, sì, proprio lei, la dea, quella vera.

Farfalle sui fiori e brina al mattino, mezzogiorno ad abbronzarsi e notte sotto il piumino. Questo freddo è sano perchè è un freddo d'attesa. Quando la Natura da il ritmo del caldo e del freddo lo fa per donarci nuove abitudini: il corpo va un po' confuso per fargli mollare il morso del controllo sul quotidiano. L'attesa dell'anima invece assomiglia alla crisalide: non ha fretta come certe farfalle avventate e rimane ancora chiusa in un coriaceo guscio semi-trasparente. La si può già vedere: ondeggia, si muove impercettibilmente, lubrifica le ali, inizia a stirarsi verso l'esterno. Ma è ancora ben chiusa e avvolta e l'ultimo secondo di questa attesa necessaria è il più lungo e il più fondamentale di tutti. E' ad occhi chiusi, l'anima è ad occhi chiusi, in questo momento.

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Pochi giorni fa ho avuto modo di visitare un tempio di Ecate, intatto. Dato che un grande santo ci ha trascorso molto tempo pregando, molti secoli fa, il tempio pagano è stato lasciato così com'era. A differenza dei templi cristiani, sempre un po' troppo prolissi (con qualche nobilissima eccezione), gli antichi templi mantengono ancora qualcosa di quel furore che è alla base della "religio": siamo corporei e non possiamo in nessun modo unirci al dio che siamo senza staccarci da questa fisicità limitata e limitante. Allora solo uscire un po' di senno, il "furere", che è l'infuriare delle onde, la danza mistica e feroce del fuoco, la spinta violenta del vento, può aiutarci ad avvicinarci a qualcosa che entra ed esce dalla luce e dall'oscurità continuamente - il dio dentro di noi. Il corpo è prigioniero della paura, l'anima non teme niente. Questo tempio non è descrivibile, come Epidauro, come Delfi: fratture di pietra e luce che si aprono come si squarcia il petto quando si prepara ad accogliere la divinità. Il dio degli antichi non si spiega, si accetta. In silenzio, al freddo, al caldo, senza paura, lo si fa entrare e basta. Ma è tempo di attesa e l'unica cosa possibile e ragionevole e pia è prepararsi a squarciarsi il petto.

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In questi giorni ho fatto molte cose: ho finalmente ripreso a camminare; ho ascoltato a lungo discorsi complessi di persone erudite; ho visto Francesco che spiegava la parola di Dio saltellando (furente, assolutamente e meravigliosamente furente - in fiamme!); ho sostato al sole, per scrutare se ne sono figlia; ho mangiato cibi inconsueti: pane azzimo, anacardi, uva sultanina. La ferita che porto sul fianco dall'inizio della Quaresima sta guarendo: la sua crisalide è completa e dalla trasparenza si inizia ad intravedere la sua fine, ovvero il mio inizio. Un taglio profondo e difficile, che ha portato dentro al mio corpo tutta l'inquietudine di questo periodo di mutamento. Ma come mi ha detto qualcuno pochi giorni fa: tutto passa. Ci posso credere, se lascio andare il dolore del corpo fisico, la stanchezza, l'ansia e la malinconia. 

Riflettevo qualche giorno fa sul 1860: mentre in Italia qualche sprovveduto e qualche cialtrone, insieme a qualche idealista, creava un paese forzosamente unito e poco libero,  Charles Dickens pubblicava un meraviglioso libro dal titolo "Great Expectations", tradotto malamente con "Grandi Speranze". In realtà, la traduzione ortodossa sarebbe "Grandi Aspettative", che è quello che nutriamo dentro di noi ogni giorno: abbiamo grandi aspettative per tutto, anche quando pensiamo di non averne. Ci divertiremo, sorrideremo, saremo ricchi, saremo belli, saremo soddisfatti, avremo orgasmi, saremo compresi, saremo pieni di gioia, saremo chic, saremo osservati, saremo amati, saremo stimati, saremo simpatici a tutti. In questo libro meraviglioso ogni aspettativa viene stupendamente e dolorosamente delusa, soprattutto l'aspettativa dell'amore. Saremo amati? Mai, risponde Dickens, soprattutto quando e se ce lo aspettiamo, quando lo pretendiamo con arroganza. Perchè l'aspettativa è il peccato supremo, la ragione seconda per la quale la ragione sublime viene gettata all'Inferno. Un grande rabbi racconta che quando diciamo di "amare il pesce", in realtà vuol dire che siamo disposti a catturare il pesce, bollirlo e divorarlo. Eppure chiamiamo questo crudele processo di impossessamento e distruzione  "amore". L'amore deve, per sua natura, essere un dono disinteressato. Ogni desiderio o passione o idea che nutriamo con un secondo fine è destinata  a condurci verso l'infelicità. Quindi leggere per leggere, guardare per guardare, stare al sole perchè è il sole, mangiare per nutrirci, ridere per ridere, abbracciare per accogliere, camminare per andare da nessuna parte, ascoltare senza sapere perchè. Accogliere, accogliere, solo accogliere. Non serve nient'altro. La mia lunga e densa giornata di oggi si è chiusa osservando con tenerezza una ninfa molto malinconica. Anche le ninfe cadono nell'infelicità, quando nutrono aspettative troppo umane. Che cos'è umano? Pretendere tutto ciò che non ci serve. Le creature straordinarie esistono ancora, disseminate (e spesso nascoste) fra di noi, ma si adattano male a questo mondo cupo e rumoroso. E allora si truccano, si mascherano, organizzano balletti, soppalcano vite improbabili per partecipare a tutti i costi ad una commedia umana che la Natura non concepisce.

Io penso che la malinconia sia la più contagiosa di tutte le follie. E quindi vado nuovamente in compagnia di Francesco e del suo luminoso furore, mentre come un'antica sacerdotessa, si fa invasare da Dio per poterlo raccontare al Sultano.

Fa freddo, stanotte.

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