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Paesaggi spirituali nella pittura di Beato Angelico

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Da settimane rimandavo il mio giro al Museo di San Marco. Sapevo delle visite guidate,  eppure non riuscivo a decidermi. Finalmente un fine settimana, priva della strana ansia che mi accompagnava da tempo, ho colto l'occasione.

E' stato per puro caso che il tema del percorso fosse: “Paesaggi spirituali nella pittura di Beato Angelico”. Una gioia nuova mi ha sorpresa all'ingresso nel chiostro. Quasi arresa alla culla silenziosa delle volte, mi sono lasciata scivolare sul muretto, accolta, finalmente, dal ventre fresco del convento.

Ho raggiunto il gruppo nella sala dell'Ospizio, al piano terra. Gli occhi entusiasti della guida indugiavano sugli astanti,  ascoltavano attenti  le loro impressioni.  In semicerchio, ci siamo disposti sotto la Deposizione, ospiti curiosi  della scena dell'Angelico e di Lorenzo Monaco.

La guida ci indicava il cielo, ci spingeva leggeri verso l'atmosfera. Le nuvole ci trattenevano sulla tela, ci inchiodavano alla “mente chiara, all'anima pura” alla “realtà che si manifesta ordinata e limpida come forma perfetta”. Era il prima segno del nostro percorso: un paesaggio che riflette il sentimento della scena, che porta all'unione di mente e cuore di fronte al corpo che si abbandona. 

Ho ripreso il filo nell'angolo nord-ovest del chiostro, ai piedi del Calvario di San Domenico. La nudità essenziale della roccia incorniciava la croce, rimandava silenziosa alla pienezza dell'affresco. Quel masso scarno si prestava a chiedere l'umiltà pura, specchio di ciò che l'Angelico, frate domenicano, esigeva dall'anima che tende alla contemplazione.

Salendo le scale, ci siamo trovati all'improvviso all'ombra cangiante delle ali dell'angelo. L'Annunciazione ci ha accolti come accoglieva i frati che entravano nelle loro celle. Il corpo di Maria raccolto nell'accettazione della vita, sullo sgabello scarno, semplice. Niente nel bosco alle spalle della scena, niente. Il paesaggio racconta nella sua essenzialità: un messaggio per chi non ha bisogno di spiegazioni. 

Il culmine del nostro giro sono stati gli affreschi delle celle, dove un tempo riposavano i frati. Nella prima, il gesto di Cristo che dà il titolo all'opera, "Noli me tangere", è incorniciato dalla resa minuta del prato, dalla palma, simbolo di martirio, da un paesaggio simbolico, che ancora una volta fa da specchio alla scena. Ancora di più caratterizzato dall'assenza insolita dell'olio ai piedi della Maddalena, non c'è bisogno di nient'altro, solo di semplicità, nella raffigurazione e in chi la guarda. Per me il salto finale è arrivato nella terza cella, dove una nuova, e altrettanto potente Annunciazione si offre al visitatore. A sinistra, San Pietro Martire ammira in disparte il gesto di accoglienza di Maria, in un ambiente ancora più spoglio ed essenziale, che sembra esigere il silenzio. Un paesaggio che perde ogni orpello, raccolto soltanto attorno alle braccia di Maria.

Spesso mi sono chiesta cosa sia “in sé” un paesaggio, perché nutriamo un'attrazione così profonda per questo connubio di immagini e silenzi. Penso all'armonia che trasmettono alcuni paesaggi naturali, alla tela azzurra del mare abbracciata dall'alto. Li rappresentiamo da sempre: li forgiamo con il pennello, li catturiamo in una foto, li creiamo con la penna. Quando è solo un vano tentativo di condividere un'impressione di perfezione, finiamo spesso in mera esaltazione della lontananza, infranta dalla prossimità fisica. Ne viviamo l'aurea, li rendiamo cornice del nostro essere premiata dal sole, niente di più. Cosa rende allora “spirituale” un paesaggio? Un paesaggio è soprattutto un codice intuitivo di messaggi essenziali, veicolo di significati condivisi: è specchio delle nostre emozioni nella misura in cui tendono alla ricerca, si legano al significato. Per questo, forse, un paesaggio spoglio ai piedi della croce  racchiude in sé una forza inaudita, dichiara: <contemplari et contemplata aliis tradere>.

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