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La teoria dello sguardo perfetto

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Che cosa ci impedisce di vedere noi stessi per ciò che siamo? Avere sempre lo sguardo nella direzione sbagliata.

Oggi ero seduta sui gradini del duomo di Lucca, sotto le sferzate di un vento freddo e sotto il calore insistente di un sole già troppo audace per essere Marzo. Mi sono accorta che gli esseri umani sono gli ultimi che osservo, quando mi trovo in un ambiente nuovo: ho infatti dapprima guardato il campanile, poi i capitelli, poi i vari mostri romanici, poi i pavimenti, poi la vegetazione delle ville accanto, poi perfino i brigidini di Lamporecchio, ordinati in grosse buste trasparenti e venduti insieme al croccante (poi i labirinti, gli ombrelli chiusi, le fontane accese, i cani spaventati, ...). Mi chiedo spesso se questo accostamento religione-miseria-sfarzo-cibo-volgarità sia sempre avvenuto nelle piazze pubbliche e, ad istinto, mi rispondo di sì. Ci si accosta al tempio per il desiderio profondo di qualcosa di diverso dal solito ventre, si entra nel buio costernato ed umido di una religiosità sconosciuta, ci si sente smarriti in una spiritualità che pervade appena un millisecondo di ogni nostra giornata, ci si assolve lasciando una moneta al povero (con una lieve smorfia!) e ci si dirige con forsennatezza nuovamente verso il basso, conosciuto, amatissimo ventre. Il ventre che comanda, che sembra esplicabile e serio, rispetto al marmo bianco, al Cristo nero, al misero con la mano allungata, al tocco misterioso della campana che ci invecchia di colpo, ovunque siamo. Quindi sì, dopo il mio accurato pellegrinaggio, la mia sosta fuori dal duomo mi ha portato a guardare tutto, tranne gli altri esseri umani. Spesso lo faccio per evitare la sciabola del mio giudizio: notare l'abbigliamento ridicolo e pacchiano evidenzia la mia vanità, nel suo opposto; notare la voce troppo alta e becera, sottolinea la superbia del mio ostinato silenzio; ascoltare i discorsi su calcio e Ferrari butta legna nel fuoco del mio feroce disprezzo. E siam sempre lì, da capo, con il peggio di me pronto ad emettere sentenze silenziose dentro la mente, in una quiete apparente che sembra mitezza ma non lo è. Quindi "osservare" diventa in realtà notare quanto poco mi piacciono gli altri esseri umani. Osservare diventa troppo spesso giudicare. Allora mi astengo, pensando di far meglio e poso gli occhi sugli oggetti, sugli animali, sulle piante, sulle nuvole, sul lastricato. Ma facendo così, quanto mi perdo! In ogni tempo, ogni uomo superbo ha ritenuto di essere al di sopra degli altri esseri umani: più civile, più religioso, più intelligente, più profondo, più serio, più creativo, più dotato, più "eletto". E così ha perduto il tesoro prezioso che gli altri esseri umani nascondono, anche e soprattutto di esso a se stesso. Distogliendo lo sguardo, storcendo il naso, preferendo un cane o un sasso ai nostri fratelli umani, non vediamo neanche la bellezza che contengono, che è la stessa che abbiamo dentro di noi: la tenerezza di un vecchio marito che offre un biscotto alla moglie, afferrandolo con due dita dalla lunga busta di plastica, come se si fossero appena conosciuti; la gioia di un bambino che sfreccia nella piazza sulla bicicletta - sicuro e insicuro nello stesso tempo, con un sorriso aperto sui pochi denti; la dolcezza negli occhi del misero che ti benedice veramente quando gli lasci la moneta - senza smorfie, solo con dedizione e amore; la timidezza verbosa della guida che spiega ai turisti anziani cose che non sa e che sa perfettamente di non sapere.
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Forse, timidamente, cautamente, riesco ad osservare, quando riesco a dismettere il tribunale dentro di me. E quell'osservare puro, fine a se stesso, che cerca di cogliere col cuore solo la bellezza, l'armonia, la quiete e l'amore, è la miglior scuola quotidiana per comprendere chi io sia. Perché la fatica più immane è quella di accettare tutto e il contrario di tutto, fuori di noi e dentro di noi. Posso vedere solo ciò che io porto dentro di me. Quindi sta a me scegliere cosa vedere negli altri, cosa "cogliere", letteralmente. Che fiori porterò a casa nel mio paniere? Quali occhi userò per osservare? In che direzione guarderò?

Una grande scrittrice del '900, Harper Lee, in un favoloso libro che si chiama "Il buio oltre la siepe" scriveva questo semplice dialogo fra padre e figlia:

"Prima di tutto," disse, "voglio insegnarti un semplice trucco, Scout, e se lo imparerai andrai molto più d'accordo con tutti: se vuoi capire una persona, devi cercare di considerare le cose dal suo punto di vista..."

"Come hai detto?..."

"Se vuoi capire una persona, devi provare a metterti nei suoi panni e riflettere un poco."

Ecco, riflettere, la virtù dello specchio. Mettersi i panni dell'altro e rifletterlo/riflettersi. Questo è religioso. Ho molto da imparare, moltissimo. Mi alleno ogni giorno per una maratona che non so se mai correrò, ma continuo ad allenarmi con costanza e pazienza. Gerusalemme mi aspetta, poi Santiago. Un gradino per volta. Dopo il dolore, dopo la fatica, dopo tanta tanta stanchezza. Ma il Cristo nero non è paziente, è trionfante.


Quarta Domenica di Quaresima ovvero "Sguarciare le tenebre"

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Giovanni 9,1-41

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