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Blog dello Studio Hamelin di Firenze

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La demolizione controllata del mondo: la magnitudo dell'AI

Posted by Federica on in Il Pifferaio Magico
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Mi sono chiesta spessa come sarebbe stata la Fine dei Tempi, pensando a qualche cataclisma oppure ai cavalieri dell'Apocalisse sui loro destrieri, insomma, qualcosa di terribile e di poetico insieme, che includeva anche una specie di sollievo spirituale finale. I vecchi tempi finiscono e i nuovi tempi cominciano. Ma non sta andando proprio così.

C'è una scena nel film "Contact" — quello tratto dal romanzo di Carl Sagan — in cui la protagonista, Ellie Arroway, immagina di poter fare una sola domanda agli alieni: "Come vi siete evoluti senza distruggervi?".

Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha aperto proprio con questa scena il suo saggio di trentotto pagine pubblicato a gennaio 2026 sull'AI. Si intitola "The Adolescence of Technology". L'ho letto due volte. La prima volta con curiosità, la seconda volta con molta attenzione.

Amodei non è il tipo che sale sul palco a urlare che il mondo finirà. È un fisico, un ex ricercatore di OpenAI, l'uomo che ha fondato l'azienda che ha costruito Anthropic, l'AI con cui molti di voi stanno già lavorando ogni giorno (Claude). Eppure, in quel saggio scrive che stiamo attraversando un "rito di passaggio" senza avere la minima idea di come andrà a finire. Che stiamo per consegnare a dei sistemi artificiali un potere "cognitivo" senza precedenti (memoria, capacità di calcolo, capacità di connessioni, apprendimento, evoluzione) e che le nostre istituzioni — politiche, economiche, sociali — potrebbero semplicemente non reggere l'urto.

Il punto che mi ha colpito di più non è il più spettacolare. Non è il rischio di autonomia delle macchine di kubrickiana memoria, l'AI che sviluppa obiettivi propri e smette di ubbidire ai suoi creatori per poi distruggerli. Quello è il rischio che fa notizia, che colpisce l'immaginario in modo immediato. Il punto che mi ha tenuto sveglia è un altro, quasi nascosto tra le righe di un'intervista rilasciata al Financial Times poche settimane dopo: "Stiamo già assistendo ad alcuni casi in cui l'AI non rende le persone più produttive, ma esegue molto meglio di loro direttamente il lavoro".

Questa frase è enorme e dunque vale la pena soffermarcisi un attimo.

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La narrativa che ci è stata venduta negli ultimi anni (per raccogliere triliardi di investimenti) è quella dell'AI come strumento "per aumentare la produttività": tu rimani al centro dei tuo lavoro, la macchina ti aiuta, diventi più veloce, più efficiente, più competitivo; ti avanza il tempo libero, riprendi il controllo della tua vita, lavori la metà e guadagni come prima (vi ricorda qualcosa?). A pari salario. Certo, questa è la lieta novella che ci racconta chi ha interesse a venderci software in abbonamento e nel contempo a rastrellare miliardi in borsa. Ma Amodei — che di software in abbonamento ne vende tantissimo — dice qualcosa di diverso. Dice che in alcuni casi già adesso non si tratta più di aumentare la produttività umana attraverso lo strumento AI, si tratta di sostituirla con un semplice abbonamento da 20 dollari al mese. E lo dice dall'interno di Anthropic, parlando anche dei suoi stessi dipendenti. 

Quante professioni rientrano in quel "alcuni casi"? Non lo sa nessuno con certezza. Amodei parla di una quota molto ampia dei ruoli impiegatizi di ingresso, automatizzabile in tempi brevi. Sussurra circa "350 milioni di posti di lavoro entro il 2030". In altre interviste, parla del 30-50% di tutte le professioni cognitive nell'arco di cinque anni. Non come certezza, ma come possibilità concreta, supportata dai dati. Uno shock, dice, non una transizione.

E qui arriva la domanda che nessuno sa rispondere: a che velocità siamo in grado di adattarci? Come affronteremo tutto questo?

La storia è piena di rivoluzioni tecnologiche. La stampa a caratteri mobili, il telaio meccanico, l'elettricità, internet. Tutte hanno distrutto lavori e creato altri lavori. Ma tutte hanno avuto tempi di dispiegamento misurabili in decenni, a volte in generazioni. Hanno lasciato — con tutto il dolore che questo comporta — uno spazio umano per l'adattamento. Questa no. Questa corre a una velocità che, per usare la metafora di Amodei nell'intervista a Bloomberg, è "come accelerare su un'astronave a velocità relativistica": ogni giorno fuori equivale a tre, quattro, cinque giorni vissuti dentro. Perché le nuove macchine apprendono e quindi si auto-migliorano di continuo, alla loro velocità - che presto sarà quantistica.

I governi non sono pronti. Lo dice lui stesso, senza giri di parole: "Nessun governo è pronto a tutto questo." Non esistono protocolli di sicurezza condivisi internazionalmente. Non esistono standard obbligatori prima del rilascio di modelli sempre più potenti. Gli impegni del G7 sono volontari e mutevoli. Le soglie di calcolo fissate in precedenza sono già state abbondantemente superate. È come se avessimo costruito il motore a curvatura, per dirla in un altro modo, senza installare i freni.

E nel frattempo, cosa fanno i governi? Tassano. La transizione tecnologica — con i suoi costi enormi di infrastruttura, di energia, di sicurezza — la stanno facendo pagare ai cittadini, ai lavoratori, a chi già fa fatica ad arrivare a fine mese. Con un'ironia della storia che ha del grottesco, la retorica del "riarmo" — che rimbalza in questi mesi da un parlamento all'altro d'Europa e non solo — serve a giustificare tagli al welfare e aumenti fiscali che colpiscono esattamente le fasce di popolazione che l'AI sta già cominciando a marginalizzare. Prima ti togliamo il lavoro, poi ti chiediamo di pagare per chi ti sostituirà. Il cerchio si chiude in modo perfetto, se siete cinicamente disposti ad ammirare il Male in tutta la sua potenza materiale (solo materiale!).

Ma c'è un dettaglio che raramente viene menzionato nel dibattito pubblico, e che cambia radicalmente la prospettiva: i governi l'AI la conoscono e la finanziano da quarant'anni, nelle università, nella difesa, nell'industria militare. Non è un'esagerazione. Sistemi di intelligenza artificiale — reti neurali applicate al riconoscimento di pattern, alla navigazione autonoma, alla fusione dei dati sensoriali — erano già operativi negli anni '80 a bordo di elicotteri militari e aerei da combattimento. L'USAF li usava per la gestione automatica dei sistemi di volo, per l'identificazione dei bersagli, per la navigazione a bassa quota senza pilota. Non erano i modelli linguistici di oggi, certo, ma era già AI. Funzionante, addestrata, integrata in sistemi d'arma reali.

La "sorpresa" dell'intelligenza artificiale è quindi, in larga parte, una narrazione mediatica costruita. La commercializzazione di queste tecnologie — da internet al GPS, dai microprocessori ai sistemi di visione artificiale, fino ai modelli linguistici di oggi — segue sempre lo stesso schema: prima trascorrono decenni di sviluppo con fondi pubblici e militari, poi arriva il trasferimento al mercato consumer nel momento in cui i costi di ricerca sono già stati ammortizzati e si vuole "fare il lesso". Noi paghiamo due volte: prima come contribuenti che finanziano la ricerca e la difesa, poi come consumatori che comprano il prodotto finito. E adesso, una terza volta, come lavoratori che devono adattarsi — in fretta, senza rete di sicurezza — ad una trasformazione che chi ci governa stava pianificando da prima che molti di noi nascessero. Hanno solo aspettato il momento giusto per dispiegarla in tutta la sua potenza. Da qui la pandemia, da qui le pseudo-guerre, da qui la necessità dello smaltimento programmato di enormi masse di popolazione.

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C'è un altro rischio che Amodei mette in cima alla lista, e che mi sembra il meno discusso nel dibattito pubblico italiano: la concentrazione di potere. Poche aziende private — Anthropic, OpenAI, Google DeepMind, Meta — controllano i data center, addestrano i modelli più avanzati, hanno accesso diretto a centinaia di milioni di utenti in ogni parte del mondo. Questo, scrive Amodei, crea le condizioni per una manipolazione dell'opinione pubblica e una pressione sui decisori politici di portata inedita. E lo scrive lui, il CEO di una di quelle aziende sopranomminate. Il che è, per usare un eufemismo, piuttosto significativo.

Quella concentrazione di potere ha un nome che la fantascienza conosce bene. Si chiama "Elysium". Nel film di Neill Blomkamp — 2013, ambientato nel 2154 — i ricchi vivono su una stazione spaziale in orbita con aria pulita, medicina miracolosa, buon cibo e sicurezza totale - ben lontani dalle miserie della Terra. I poveri restano sulla Terra devastata, povera e inquinata, a sopravvivere come possono - senza cure e con tante protesi robotiche addosso per faticare meglio. È fantascienza, certo. Ma è anche la traiettoria logica di un mondo in cui le tecnologie più potenti della storia umana appartengono a una manciata di aziende private, i cui azionisti non devono rispondere a nessun elettorato. L'AI potrebbe comprimere i tempi di quella traiettoria in modo drammatico: da un processo secolare a uno shock in meno di una generazione. Chi ha accesso ai modelli migliori, ai dati migliori, alle infrastrutture migliori, accumula vantaggio in modo esponenziale - pagando. Chi ne è escluso — per reddito, per geografia, per lingua, per volontà politica — arretra altrettanto velocemente. La forbice non si allarga: si spalanca. A ben guardare, si tratta di un ritorno al feudalesimo — ma in salsa tecnocratica. Non più nobili e servi della gleba, ma proprietari di algoritmi e manodopera obsoleta. La struttura è la stessa: pochissimi che detengono i mezzi di produzione più potenti dell'epoca, molti che dipendono da loro per lavorare, curarsi, informarsi (e che campano di sussidi di base). Cambia il costume, cambia la scena, non cambia la sostanza della società piramidale di natura, oserei dire, quasi teocratica, oltre che tecnocratica. In fondo basta mettere la tecnologia al posto della divinità.

Non voglio chiudere con una profezia, perché in questo momento nessuno sa cosa ci aspetta, nemmeno chi ha contribuito a sviluppare l'AI sa dove si arriverà. Quello che mi interessa — quello che mi sembra importante portare in questo blog, che parla di comunicazione e di impresa — è una consapevolezza semplice: l'AI non è uno strumento neutro. È una trasformazione strutturale che riguarda il lavoro, la democrazia, la distribuzione del potere, la vita stessa degli esseri umani sul pianeta. Riguarda chi saremo (o non saremo) tra soli cinque anni.

Amodei, nel suo libercolo, chiede agli alieni come hanno fatto a sopravvivere alla loro adolescenza tecnologica. Noi non abbiamo alieni da interrogare. Abbiamo solo noi stessi, la velocità con cui siamo capaci di pensare, la nostra memoria, la nostra adattabilità, il nostro spirito di contraddizione e il nostro coraggio — o la mancanza di coraggio — per porci le domande giuste prima che qualcun altro decida tutte le risposte e tutti gli esiti.

Chiudo con un dato che mi ha sorpreso molto, nel flusso che analizzo quotidianamente in ufficio: fra i lavori che vengono dati per "finiti" entro il 2030, una lunghissima lista, ce ne sono alcuni ovvi (commercialista, assicuratore, bancario, etc - già in parte automatizzati da anni), ma quello più sorprendente è stato leggere: "medico radiologo", fra i primi mestieri che scompariranno, in un sito dove si parla di "formazione AI per giovani medici" (e dove si sconsigliano le specializzazioni che non serviranno). Sì, perché gli investimenti maggiori nelle AI riguardano il campo medicale, il campo formativo, il campo legale, il campo poliziesco/carcerario, la gestione aziendale, la guida autonoma, la robotica, le bioscienze, la farmacologia. Ed ora, rileggendo, immaginate tutte le persone altamente formate che lavorano in questi campi: medici, docenti, avvocati, magistrati, manager, ingegneri, architetti, operai specializzati, scienziati di vari settori. 

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Per secoli, si sono messi in catene i contadini; si sono sempre tenuti, un po' più liberi ma limitati nelle corporazioni, gli artigiani; si sono fatti salire poco a poco i borghesi, ma solo per finta, l'aristocrazia non ha mai realmente retrocesso di un solo passo in millenni; alla nascita dell'industria, si sono messi in catene gli operai e, quando hanno iniziato a rivoltarsi, si sono infine creati i robot per sostituirli. Ogni casta/classe umana è stata creata, legata e sottomessa - e se rivoltosa, sedata o cancellata. Adesso però tocca ad alcune caste mai troppo toccate dal vero potere: le caste sacerdotali, giustizia-medicina-teologia di medievale memoria, stanno per scomparire - grazie anche alla loro collaborazione indefessa con il potere. Pensavano di essere indispensabili, di contare qualcosa, invece erano servi esattamente come tutti gli altri. Tempo 5 anni e non serviranno più, anzi. Il popolo impoverito, affamato, malato e imbarbarito proprio su di loro sfogherà la propria violenza, quando non otterrà giustizia, pane e medicine.

In questo scenario cosa si può fare?

Rimanere vigili. Studiare filosofia. Pregare moltissimo. Rimanere concentrati. Leggere tanti buoni libri. Ascoltare e memorizzare la musica celeste. Mantenersi in salute. Fare buone opere. Studiare la natura attraverso l'uomo e l'uomo attraverso la natura. Non entrare in nessuna faida politica. Stare fuori da tutte le opere magiche al nero create per intrappolare le anime. Riprovare a leggere la poesia. Scrivere, senza computer, a mano, faticoso e bellissimo. 

Sapendo però che fuori il mondo è un po' pericoloso e che la tecnologia non è altro che magia senza Spirito.

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